Il Tribunale della Spezia ordina il ripristino di una copertura sopraelevata, nonostante la regolarizzazione ottenuta dal Comune. Il titolo edilizio risolve il rapporto con l’amministrazione pubblica, ma non può comprimere i diritti dei proprietari vicini.
Immaginate questa scena, purtroppo molto frequente nei nostri quartieri: il vicino di casa, o il proprietario dell’appartamento all’ultimo piano del vostro condominio, decide di fare dei lavori e innalza il tetto per ricavare più spazio. Voi vi accorgete che la nuova costruzione vi toglie aria, luce e visuale, ma quando andate a protestare lui vi sventola sotto il naso un bel foglio protocollato, affermando di aver ottenuto una sanatoria dal Comune e di essere perfettamente in regola. Molti cittadini, di fronte a quel timbro ufficiale, si arrendono e pensano di non avere più alcuno strumento per difendersi. Eppure, la convinzione che il permesso municipale sia uno scudo invincibile è uno dei falsi miti più diffusi e pericolosi in ambito immobiliare.
A fare chiarezza su questo equivoco e a ridare speranza a chi subisce le prepotenze edilizie dei vicini è arrivata una recentissima decisione del Tribunale della Spezia, la sentenza numero 477 del 4 settembre 2026. I giudici hanno infatti condannato il proprietario di un immobile a smantellare interamente un tetto appena rialzato, nonostante l’autore dei lavori avesse regolarmente pagato e ottenuto la sanatoria edilizia dall’amministrazione locale. La vicenda era nata proprio da una sopraelevazione che aveva alzato il punto più alto del tetto di oltre un metro. Questa modifica aveva avvicinato la nuova struttura a meno di cinque metri dal confine e, cosa ancora più grave, a una distanza inferiore ai dieci metri dalla parete finestrata dell’abitazione di fronte.
Il vicino danneggiato non si è lasciato intimorire dal permesso del Comune e ha trascinato il costruttore davanti al giudice civile, ottenendo una vittoria su tutta la linea. Ma come è possibile che un’opera sia in regola per lo Stato e da abbattere per il tribunale? Il segreto sta in una piccola frase presente su ogni concessione edilizia, che recita “fatti salvi i diritti dei terzi”. In pratica, quando il Comune rilascia un permesso o un condono, sta solo dicendo che dal punto di vista urbanistico e delle tasse locali l’opera è accettabile. Il Comune, però, non è un giudice e non ha il potere di cancellare il vostro diritto di proprietà, né può permettere a qualcuno di violare le distanze di sicurezza previste dal Codice civile.
Un altro aspetto fondamentale che noi cittadini dobbiamo sempre tenere a mente è che alzare un edificio, anche solo per recuperare un sottotetto, non è considerata dalla legge una semplice “manutenzione” o il prolungamento di qualcosa che c’era già. Quando si aumenta il volume o si cambia in modo evidente la forma del palazzo, ci si trova davanti a una nuova costruzione vera e propria. Questo significa che le nuove mura e il nuovo tetto devono rispettare rigorosamente le leggi in vigore oggi, compresa la famosa regola che impone almeno dieci metri di distanza tra le finestre di due case di fronte. Non si tratta di una seccatura burocratica, ma di una norma vitale per garantire a tutti noi di avere case salubri, illuminate e ben areate.
Di fronte alla prospettiva di dover smantellare tutto, il responsabile dei lavori abusivi ha cercato di impietosire il giudice, facendo presente che demolire e rifare una copertura appena terminata gli sarebbe costato una fortuna. Una difesa che è crollata in un istante: i giudici hanno ribadito che il diritto di chi subisce l’abuso a riavere i propri spazi prevale sempre sulle difficoltà economiche di chi ha costruito ignorando le regole. Aver speso tanti soldi per fare un lavoro irrispettoso delle distanze non è un buon motivo per costringere il vicino a tenersi l’ecomostro davanti alla finestra.
C’è però una lezione importante anche per chi si deve difendere, perché la sentenza spezzina non ha riconosciuto al vicino danneggiato alcun risarcimento in denaro. Molti pensano che basti subire un torto edilizio per ricevere in automatico un bell’assegno, ma la giustizia civile funziona diversamente. Se volete che l’abuso venga demolito, basta dimostrare che non rispetta le distanze; se invece volete anche dei soldi per il disagio subito, dovete portare in tribunale le prove concrete del danno economico. Vi serviranno perizie per dimostrare, ad esempio, che l’ombra del nuovo tetto ha fatto crollare il valore commerciale del vostro appartamento, o che la perdita di luce vi costringe a tenere le lampadine accese tutto il giorno. Senza prove tangibili, otterrete giustizia con le ruspe, ma non contanti.
Per tutti noi che viviamo in condominio, il messaggio è fortissimo e non ammette distrazioni. Se durante la prossima riunione di condominio o guardando fuori dalla finestra vi accorgete che qualcuno sta progettando di alzare il tetto o ampliare un balcone, non giratevi dall’altra parte e soprattutto non accontentatevi del cartello di cantiere con il logo del Comune. Chiedete di vedere i progetti, verificate le distanze, pretendete rassicurazioni sulla stabilità del palazzo e, se necessario, consultate subito un tecnico o un avvocato. L’unico vero modo per proteggere la propria casa, la propria luce e i propri risparmi è intervenire prima che vengano gettate le fondamenta o alzati i ponteggi, bloccando sul nascere l’arroganza di chi pensa che basti pagare una tassa al Comune per poter fare ciò che si vuole.






